Atha yoganuśasanam: il momento della partenza

Il Maestro Iyengar diceva che il corpo è il nostro tempio, asana è la nostra preghiera. Ma attenzione, non siamo venuti qui per adorare il tempio, La cura e la devozione si rivolgono al contenuto, non al contenitore. Cominciamo dunque il nostro corso con questa prima esortazione: non adorare il corpo! Non adorare l’asana! Fai attenzione alla cultura dello yoga contemporaneo che spinge verso l’identificazione con ciò da cui, poco a poco dovremmo invece disidentificarci. 

Dice Krishna nel Bhagavad Gita: “Io sono colui che abita il corpo”. Per lo yoghi dunque il corpo è un luogo sacro, dimora della Voce Sottile, ma non è in sé ambito di culto. Troppo frequentemente lo yoga contemporaneo confonde la pratica di asana con uno spa, trattamenti di bellezza che portano a idolatrare il corpo, le sue forme, la sua apparenza. Diceva Ramana Mahrishi: “Cercare la felicità identificati con il nostro corpo è come cercare di attraversare un fiume sulle spalle di un coccodrillo”.

Lo Yoga è un sistema il cui obiettivo è trasportarti più in là del corpo e ridurre l’identificazione con il mondo fisico. Lo yoga moderno, purtroppo, ci trasporta spesso verso la “forma”. La forma fisica, la forma del corpo, la forma dell’asana. Esistono così, corpi belli e corpi brutti, forme belle e forme brutte, asana belle e asana brutte, asana avanzate e asana per principianti. 

Anche io, che oggi mi trovo davanti a voi per in-segnare ovvero per indicarvi un cammino che la mia esperienza ha provato fondato e luminoso, sono caduto in questo tranello. Quante volte ho desiderato una forma! Quante volte mi sono inorgoglito per aver raggiunto uno “forma”! Eppure, ho sempre saputo che le forme non sono mai perfette, che ce ne sono sempre di migliori, che si trasformano, invecchiano e infine muoiono. 

Asatoma Sat Gamaya, dice il mantra: che la pratica mi accompagni dall’illusione alla realtà. Che dalla forma mi accompagni alla coscienza. La coscienza non invecchia, non si trasforma non muore. Nella coscienza non vi è spazio né tempo. Nella coscienza possiamo invecchiare rimanendo bambini. Ecco cosa cerchiamo ed ecco a cosa rinunciamo: cerchiamo la coscienza, rinunciamo alla forma. 

Atha Yoganuśanam: ora, dopo aver praticato posizioni, dopo aver adorato il corpo, dopo aver pensato che esistessero asana più avanzate di altre, ora ci dedichiamo allo yoga. Ora, senza temere la leggerezza della pratica fisica, coscienti che ci si può divertire e crescere allo stesso tempo, ora ci impegniamo ad allontanare il culto della destrezza fisica, della capacità atletica, dell’acrobazia e del contorsionismo. Ora, ci impegniamo a intraprendere il camino dello yoga. 

Eccoci dunque, oggi un gruppo disomogeneo, domani famiglia; vi propongo che con fiducia ci prendiamo per mano e ci addentriamo in un cammino che vuole essere allo stesso tempo un cammino individuale e un cammino di gruppo. Abbandoniamo la superficialità e addentriamoci nella profondità: senza il fango non fiorisce il loto, o come ci ricordava De André, è dalla merda che nascono i fiori, non dai diamanti. 

Sarà necessario dunque scavare assieme, cercare nel fango e nella merda, perché lì nelle profondità del nostro essere vogliamo che affondino le radici della nostra ricerca, le fondamenta della nostra casa. 

Allora sì possiamo tornare all’asana, alla “base” alla posizione che ci permette di intraprendere il cammino dello yoga. Da lì costruiamo i muri e le finestre, con il pranayama, i kriya, il pratyahara. Dotiamo la nostra casa spirituale di tutti i confort, perché un giorno possiamo – assieme – sederci sul tetto e, chiusi gli occhi, scrutare l’orizzonte che abbiamo dentro. 

Il termine yoga potrebbe derivare da due radici: una significa unire, raccogliere assieme, la seconda significa contemplazione o assorbimento. Vi propongo di accettarle entrambe: seguendo il cammino della Gita, cerchiamo l’unione con il significato ultimo che sottostà alla realtà; seguendo il cammino dei Sutra esercitiamo la mente affinché la coscienza possa distinguere ciò che è reale da ciò che è illusorio, e trasformare la quotidianità in un percorso di liberazione individuale. Non abbiamo paura a scavare ogni giorno di più, anche quando ci appaia inutile, anche quando sia doloroso. 

Finalmente, vi esorto a non cadere nel tranello dell’emozionalità. Sia la vostra ricerca seria e rigorosa: il percorso di auto-realizzazione non è fatto di “peace and love”, non di visioni ed energie esoteriche. Cerchiamoci nell’amore vero, quello che aiuta il vicino e lo straniero, quello che lotta per vedere l’assoluto nell’altro, in qualsiasi altro. È il cammino del So-Hum, io sono l’Assoluto, io sono Coscienza: e quindi lo sei anche tu. 

Yoga, lo yoga che cerchiamo di svelare assieme comincia dove finisce il materassino. Qui, ora lavoriamo nel  nostro laboratorio, nel nostro centro di ricerca, ma ciò che impariamo qui ha senso solo in casa, per la strada, con chi non pratica yoga, nel dialogo con l’altro. Yoga è innanzitutto un cammino di umanità, di riscoperta della nostra umanità per godere dell’umanità dell’altro. 

Festeggiamo dunque ora questa meravigliosa umanità, sia il nostro uno spazio di allegria e amicizia: è il momento di partire, di lasciare il porto senza rimpianti. Buon viaggio! 

Deja una respuesta

Tu dirección de correo electrónico no será publicada. Los campos obligatorios están marcados con *

Top